Il Galileo allo studioso delle cellule staminali. È “La trama della vita”: «Fare ricerca è bello»

19 ottobre / Nicolò Menniti-Ippolito, Il Mattino di Padova

In un anno come questo diventa quasi inevitabile che a vincere il Premio Galileo per la divulgazione scientifica sia il libro di un medico che per tutta la vita ha fatto ricerca e racconta proprio la bellezza del fare ricerca. Giulio Cossu con “La trama della vita” (edito da Marsilio), è il vincitore dell’edizione più complessa, ma forse anche più rilevante, del Premio Galileo, nato nel 2007 dalla collaborazione tra il Comune e l’Università di Padova per incrementare la divulgazione scientifica nel nostro paese. E da allora, in effetti, molte cose sono cambiate, l’editoria scientifica ha avuto un grande incremento, quest’anno è stata addirittura ai vertici delle classifiche con la valanga di libri dedicati al Covid 19. Però, la stessa pandemia ha messo in discussione proprio la comunicazione scientifica: per un eccesso di litigiosità tra ricercatori, per un uso non sempre corretto dei dati, per la incapacità di far capire bene al pubblico cosa voglia veramente dire “scienza”.

Perché la scienza parte sempre – come ha ricordato il presidente della giuria Alberto Mantovani- non da un “io so”, ma da un socratico “io so di non sapere”. E in questa prospettiva si inserisce il libro di Giulio Cossu, ricercatore italiano, a lungo al San Raffaele, ora di stanza a Manchester. «Quando ho cominciato a fare ricerca» dice Cossu «la medicina rigenerativa era difficile anche da pensare. Quando oggi vedo muoversi bambini che solo dieci anni fa avremmo detto impossibili da curare, non posso fare a ameno di pensare quanto sia bello fare ricerca». Basta non dare troppo illusioni, come suggerisce del resto il sottotitolo del libro vincitore: “La scienza della longevità e la cura dell’incurabile tra ricerca e false promesse”. E questo, detto da Giulio Cossu che si occupa da sempre di cellule staminali, di lotta alla distrofia, è un dato da non trascurare. «L’idea che si possano “aggiustare” le cellule» dice il vincitore del Premio Galileo «e “ricucire” i nostri organi è straordinaria, ma non è come cambiare una gomma». Cossu elogia gli altri libri della cinquina individuata dalla giuria tecnica, tra i quali la giuria di studenti, secondo statuto, ha scelto il vincitore. «Sono tutti bellissimi» dice «se ho vinto io immagino sia per pochissimi voti».

E in effetti anche gli altri finalisti: i genetisti Guido Barbujani e Andrea Brunelli, con “Il giro del mondo in sei milioni di anni” (Il Mulino), Francesca Buoninconti con “Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori” (Codice Edizioni), Anna D’Errico, con “Il senso perfetto” (Codice Edizioni) e Carola Frediani con “Cybercrime” (Hoepli) hanno ottenuto grande attenzione dai giurati.

Sul premio di quest’anno (dal vivo la cerimonia finale all’Auditorium del San Gaetano a Padova, ma rispettando le misure di sicurezza) inevitabilmente aleggiava l’ombra della pandemia. È toccato ad Alberto Mantovani, presidente della giuria ma anche il ricercatore medico italiano più citato nelle bibliografie internazionali, tenere una “lectio magistralis” per analizzare con chiarezza lo stato dell’arte. Mantovani ha ripercorso tutti i principali studi pubblicati in questi mesi per raccontare quanto sappiamo e quanto non sappiamo (molto) oggi sul virus. «La realtà» ha spiegato «è che stiamo provando a fare in pochi mesi ciò che richiede abitualmente anni. Sappiamo però che la genetica ha un ruolo importante nel non far scattare in alcuni soggetti le difese immunitarie. Sappiamo che i vaccini anche non specifici possono servire ad allenare il nostro sistema immunitario. Sappiamo che alcuni farmaci, compresi gli anticorpi monoclonali, possono funzionare, ma dobbiamo capire in che finestra temporale bisogna usarli. Sappiamo che un vaccino varato troppo in fretta, su pressione politica, potrebbe rivelarsi pericoloso. Sappiamo di non sapere, ma bisogna lavorare per saperne di più».