PARISI E IL METODO DELLA RICERCA «COSÌ ANTICIPIAMO I BISOGNI»

Il Mattino / di Nicolò Menniti

«Per il momento» ripete spesso Giorgio Parisi, il premio Nobel per la Fisica, che ha dato il via ieri alla giornata conclusiva del “Galileo-Festival della scienza e dell’innovazione” a Padova. E «per il momento» significa che la scienza è un divenire, che ciò che oggi non appare possibile forse domani lo sarà, che ciò che sappiamo ora potrà cambiare fra un anno. Se gli chiedono se il futuro della mobilità potrà essere rappresentato dal biodisel prodotto dalle alghe lui risponde: «Per il momento no, ma sono ricerche cominciate solo da cinque anni e quelli che lavorano sul campo sono estremamente speranzosi che in 10, 15 anni, si possa ottenere qualcosa di efficace, ma si potrebbero anche trovare soluzioni diverse, come ottenere combustibile dai batteri o altri organismi che facciano lo stesso lavoro». Perché la ricerca ha bisogno di tempo e di fiducia, ha bisogno di sbagliare e correggere. Giorgio Parisi parla dallo schermo dell’Auditorium del San Gaetano pieno di giovani che lo incalzano e gli fanno domande. Lui risponde col suo tono costante, spesso socchiudendo gli occhi per cercare la parola giusta. Racconta la centralità della scienza, che non è un feticcio, è solo il metodo migliore che abbiamo per cercare di ottenere risultati. Se non avessimo fatto centinaia di studi sul “mRNA” nei decenni scorsi – spiega – non saremmo stati in grado di produrre i vaccini per il Covid, perché non sappiamo mai quando una ricerca ci può servire, dobbiamo essere pronti prima. Ed è anche una questione di economia. «È attraverso la ricerca», dice il Nobel, «che i paesi asiatici si sono trasformati da agricoli a industrialmente avanzati, tanto che oggi ci troviamo ad essere appesi alla loro capacità produttiva». Ma la mentalità scientifica non si improvvisa, si crea nei bambini. «Noi italiani», dice Parisi, «abbiamo avuto una grandissima educatrice, Maria Montessori, che diceva che il bambino era già naturalmente uno scienziato, che bisognava creare ambienti in cui il bambino potesse fare i suoi esperimenti, perché una cosa è leggere, vedere, un’altra è fare con le proprie mani».E così Parisi racconta come sarebbe possibile attraverso il gioco trasmettere ai bambini elementi del pensare per algoritmi, perché non sono le nozioni a contare ma l’attitudine a cercare, a capire, a far parte di una comunità. E qui Parisi racconta la vicenda del matematico giapponese Mochizuki che ha scritto 500 pagine per dimostrare quella che viene definita la “congettura abc”. Solo che – spiega – finora nessuno è riuscito a capire quelle 500 pagine, se cioè la soluzione sia giusta ed invece: «prima che un risultato sia acquisito deve passare controllo della comunità scientifica, essere accettato e verificato perché elaborare un teorema e capacità di pochi, ma controllarlo deve essere possibile a tutti».Si parla di energia e torna il «per il momento». Quando sono nati i pannelli fotovoltaici – spiega Parisi – si consumava più energia a costruirli di quanta ne producessero loro. «Oggi sono efficienti ma presentano un problema di smaltimento e hanno bisogno di minerali rari. Ma questo è ora, il futuro potrebbe riservarci celle fotovoltaiche organiche capaci di risolvere tutte e due le questioni». Certo ci vogliono soldi per tutto questo e se oggi il Pnrr ha messo in condizione la ricerca italiana di avere le risorse necessarie. «Il prossimo governo», dice Parisi, «dovrà mettere a punto un piano di finanziamento che guardi più lontano, altrimenti quando il Pnrr si concluderà avremo migliaia di ricercatori senza lavoro». Le curiosità sono tante da parte dei giovani in sala. Paura della intelligenza artificiale? Le macchine di oggi – aggiunge Parisi- sanno trovare elementi di regolarità in milioni di dati. Possono dirci come cambieranno le orbite nel sistema solare nelle prossime migliaia di anni, per esempio, ma non possono dirci il perché. «È chiaro però», conclude, «che se si riuscisse a costruire una macchina che abbia la stessa complessità di un cervello umano, con miliardi di neuroni e di sinapsi le cose cambierebbero». Le macchine insomma ci battono a scacchi – spiega Parisi – ma per il momento nella ricerca è l’uomo che conta.