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I finalisti

L’11 febbraio 2019 presso la Sala Paladin di Palazzo Moroni, la Giuria Scientifica presieduta dalla scienziata Elena Cattaneo, docente universitaria, farmacologa, biologa e senatrice a vita, tra le principali scienziate impegnate nella ricerca delle cellule staminali,  ha selezionato la cinquina delle opere finaliste del Premio che saranno votate nei prossimi mesi dalla Giuria popolare.

Queste le opere finaliste:

Cristina Cattaneo, Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, Raffaello Cortina Editore
Roberto Defez, Scoperta. Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l’Italia, Codice Edizioni
Pietro Greco, Fisica per la pace. Tra scienza e impegno civileCarocci Editore
Sandra Savaglio, Tutto l’universo per chi ha poco spazio-tempo, Mondadori
Peter Wadhams, Addio ai ghiacci. Rapporto dall’Artico, Bollati Boringhieri

Ecco la cinquina nel dettaglio:

Cristina Cattaneo, Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo (Raffaello Cortina Editore, 2018). Il corpo di un ragazzo con in tasca un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea; quello di un altro, proveniente dal Ghana, con addosso una tessera di donatore di sangue e una della biblioteca pubblica del suo villaggio; i resti di un bambino che vestono ancora un giubbotto la cui cucitura interna cela la pagella scolastica scritta in arabo e in francese. Sono i corpi delle vittime del Mediterraneo, morti su barconi fatiscenti nel tentativo di arrivare nel nostro Paese, che raccontano di come si può “morire di speranza”. A molte di queste vittime è stata negata anche l’identità. L’emergenza umanitaria di migranti che attraversano il Mediterraneo ha restituito alle spiagge europee decine di migliaia di cadaveri, oltre la metà dei quali non sono mai stati identificati. Questo libro racconta, attraverso il vissuto di un medico legale, il tentativo di un Paese di dare un nome a queste vittime dimenticate da tutti, e come questi corpi, più eloquenti dei vivi, testimonino la violenza e la disperazione del nostro tempo.

Roberto Defez, Scoperta. Come la ricerca scientifica può aiutare a cambiare l’Italia (Codice Edizioni, 2018). La ricerca scientifica non è un lusso culturale, ma la più concreta opzione per dare un futuro al Paese e alle nuove generazioni, e per far tornare una parte del fiume di giovani che abbiamo formato in Italia e che possono lavorare solo all’estero. Genera occupazione qualificata, sviluppo imprenditoriale, innovazione di prodotto, ma serve anche alla sicurezza nazionale, alla tutela del territorio e dei beni culturali. Intorno si fanno strada l’antiscienza e la nostalgia di un passato durissimo e che in gran parte ignoriamo. Paghiamo il mancato rinnovamento vendendo le nostre aziende storiche. Eravamo i proprietari di piccoli ristoranti, poi ne siamo diventati i cuochi e ora semplici camerieri. Il metodo scientifico è il modo per risalire la china, per modernizzare il Paese, per compiere scelte non ideologiche in tutti i campi. Per premiare il merito e non il clan, per liberare energie e guidare il nostro futuro.

Pietro Greco, Fisica per la pace. Tra scienza e impegno civile (Carocci Editore, 2017). Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Albert Einstein, uno dei più grandi fisici di ogni tempo, scrive un appello agli europei per chiedere la pace con un progetto politico preciso: la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Nel corso dei decenni a venire sono molti i fisici che si impegnano per la guerra ma altrettanti sono quelli che si impegnano a favore della pace. Nel volume sono proposti nove esempi di questa speciale attività di “fisica per la pace”, tra i quali il Manifesto di Russell ed Einstein del 1955, l’organizzazione Pugwash per il disarmo nucleare, le Conferenze del gruppo di lavoro permanente per la Sicurezza internazionale ed il controllo degli armamenti di Edoardo Amaldi. Il caso più famoso è il CERN di Ginevra, la prima “casa comune europea”, nata dopo la fine delle guerre mondiali. E il più recente è l’acceleratore SESAME in Giordania, forse l’unico luogo al mondo dove insieme lavorano a un progetto comune israeliani, palestinesi, iraniani e tanti altri.

Sandra Savaglio, Tutto l’Universo per chi ha poco spazio-tempo (Mondadori, 2018). “Quello che state per leggere non è esattamente un libro di astronomia nel senso classico, intesa come la branca della scienza che osserva le stelle nel cielo: quanto sono brillanti, quanto sono vecchie, dove si trovano l’una rispetto all’altra, in quali costellazioni sono raggruppate… È invece un libro sull’universo – nel senso più pieno di insieme ‘tutto intero’ di ciò che esiste – dove le stelle sono solo una parte piccola, ma piccola davvero, del tutto. Un universo visto e interpretato attraverso le leggi della fisica. È un libro che racconta quello che sappiamo del mondo in cui viviamo e di quanto ci circonda, della sua origine e della sua storia, di come è arrivato a essere ciò che è oggi e di che cosa diventerà in futuro.  Parlerò dei progressi fatti dalle nostre conoscenze, in particolare nell’ultimo secolo, dedicando buona parte di queste pagine ai risultati degli ultimissimi anni, se non di questi giorni. Ma non trascurerò di soffermarmi sulle cose che ancora non sappiamo, che sono sempre e comunque molte di più di quelle che conosciamo. ”Tutto l’universo per chi ha poco spazio-tempo è l’eccezionale creazione editoriale di una delle menti che il mondo scientifico ci invidia. Sandra Savaglio è un’astrofisica di fama, ricerche e pubblicazioni internazionali, recentemente rientrata in Italia per insegnare all’Università della Calabria, che ha deciso di raccontare il suo sapere con un taglio divulgativo. In questo meraviglioso viaggio nell’infinito sopra di noi, fra buchi neri, stelle nane, onde gravitazionali e future missioni spaziali, riesce nell’impresa di sintetizzare tutto ciò che si sa e tutto ciò che non si sa del nostro meraviglioso universo, fino alle vertiginose domande che continuano, e continueranno, ad appassionare gli esseri umani davanti all’infinità del cosmo di cui siamo piccolissima parte.

Peter Wadhams, Addio ai ghiacci. Rapporto dall’Artico (Bollati Boringhieri, 2017). Nel 1970, solo quarantasette anni fa, Peter Wadhams era a bordo della nave oceanografica canadese Hudson, la prima in assoluto a circumnavigare il Continente americano. Al momento di affrontare il mitico «Passaggio a Nordovest» – il braccio di mare che si estende tra l’Alaska e la Groenlandia, a Nord del Canada, a lungo sognato dagli armatori per abbreviare le rotte verso la California – alla prua della nave si presentò il paesaggio polare più ostile, col mare coperto da uno spesso strato di ghiaccio pluristratificato. A metà percorso la nave dovette essere soccorsa da un potente rompighiaccio. Quello della Hudson fu il decimo Passaggio a Nordovest di sempre (il primo, di Amundsen, era durato ben tre anni). Oggi, 2017, il Passaggio a Nordovest è una rotta commerciale comune: in estate è un ampio braccio di mare totalmente sgombro, solcato da centinaia di navi mercantili senza alcuna difficoltà. Il Polo si sta sciogliendo. Lo scrivono i giornali e lo rimarcano persino gli artisti, nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica. Gli scienziati più ottimisti ipotizzano che il Polo Nord terrestre potrebbe essere totalmente privo di ghiacci (per la prima volta da 10 000 anni) verso la metà di questo secolo. Peter Wadhams, che è il principale esperto mondiale di ghiaccio marino, sostiene in questo libro che la stima è decisamente ottimistica. Lo scioglimento dei ghiacci è andato aumentando drammaticamente negli ultimi trent’anni. I ghiacci del Polo sono la cartina tornasole dello stato di salute del clima del pianeta e tanto più diminuiscono, tanto meno calore viene riflesso verso lo spazio dal loro candore, peggiorando ulteriormente la situazione globale in un circolo vizioso. L’accelerazione del fenomeno (non la velocità, si badi bene, l’accelerazione) è impressionante, dati alla mano, e le autorità politiche non hanno ancora realizzato l’enorme pericolo che stiamo affrontando.