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Clima, sviluppo pace e migranti. Al Premio Galileo le sfide del futuro

Il Mattino di Padova / di Nicolò Menniti-Ippolito

Venerdì dieci maggio si saprà il nome del vincitore della tredicesima edizione del Premio letterario Galileo promosso dal Comune di Padova.
Letterario sì, perché la scrittura conta, ma la capacità letteraria in questo caso viene messa al servizio della scienza, della capacità di fare una “bella” – è il caso di dirlo- divulgazione scientifica. E in effetti a scorrere la lista dei vincitori del Premio Galileo nei primi dodici anni della sua vita si ritrova un po’ la storia recente della divulgazione scientifica in Italia, con tutti i personaggi che l’hanno caratterizzata. Ci sono star della divulgazione, come il matematico e polemista Piergiorgio Odifreddi o il fisico Carlo Rovelli, ricercatore nel campo dei buchi neri tradotto in tutto il mondo con le sue opere che rendono comprensibile anche la fisica contemporanea; ci sono personaggi che hanno fatto la storia della scienza come Francesco Cavalli Sforza, che fu il primo vincitore nel 2007 o l’etologo Frans de Waal che vinse nel 2014. Ci sono divulgatori capaci di divertire come Alex Bellos, ed altri che hanno fatto la storia della divulgazione come Andrea Frova. E poi giornalisti capaci di viaggiare con consapevolezza in un mondo, quello della ricerca, in rapidissimo mutamento e soprattutto estremamente vasto. Ma quello che si coglie, sempre scorrendo i vincitori, è anche il cambiamento che attraversa il mondo scientifico, l’emergere di temi che solo pochi anni fa sembravano marginali. E se la fisica complessivamente fa, come è tradizione, la parte del leone, negli ultimi anni emerge una grande attenzione anche alla biologia.

Il Premio (giovedì 9 maggio alle 20.30 al Centro San Gaetano la presentazione dei finalisti, venerdì 10 maggio alle 10.30 in Aula Magna al Bo la premiazione) è stato capace di anticipare la discussione sui vaccini, quando nel 2010 ha vinto un libro come “I vaccini nell’era globale”, e l’anno scorso ha subito premiato, con “The plant revolution” di Stefano Mancuso, l’emergere del modello vegetale, come nuova frontiera, anche metodologica, nell’approccio al mondo della natura. Insomma un premio attento a quel che succede in campo scientifico e questo è forse il merito di una doppia articolazione, desunta dal Campiello che ne è stato i qualche modo il modello, che prevede prima una giuria tecnica, che individua cinque finalisti, poi una giuria popolare di studenti (ora anche universitari) chiamata a scegliere il vincitore.

Giuria tecnica che a sua volta ha visto, in qualità di presidenti personaggi come Umberto Veronesi (fu il primo), Carlo Rubbia, Margherita Hack.Quest’anno è Elena Cattaneo, ricercatrice e senatore a vita, ma una delle cose che dimostrano la rilevanza del premio è che quest’anno sia in corsa per vincere il libro di Sandra Savaglio, che l’hanno scorso era invece nel ruolo di presidente. Tecnici e amatori, scienziati e studenti sono dunque i protagonisti del premio e nella maggior parte dei casi questo gli ha permesso non solo di individuare libri importanti, ma anche di essere in sintonia con gli interessi che si vanno sviluppando nella società. Se adottiamo questo criterio, la cinquina di quest’anno indica una tendenza in parte nuova. Quasi tutti i libri finalisti si interrogano anche sul ruolo che la scienza è chiamata ad avere nella società, sulla responsabilità di chi muove le fila del sapere scientifico, sulla inevitabile ricaduta sociale delle nuove scoperte. Ancora una volta, quindi, nel segno di Galileo, che di questi problemi è stato il primo ad avere consapevolezza.