Cinque avventure sotto il segno del Premio Galileo

14 ottobre 2020 / Valentina Arcovio, Tuttoscienze de La Stampa

«Lo scopo di uno scienziato è comunicare nel modo più semplice e comprensibile possibile, per una migliore cultura scientifica condivisa». Le parole di Alberto Mantovani, pioniere dell’immunologia, direttore scientifico di Humanitas e docente di Humanitas University, sintetizzano la filosofia su cui si basa il Premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica.

Con il ruolo di presidente della giuria scientifica Mantovani sa bene che per uno scienziato è tanto importante essere brillante in laboratorio quanto è importante esserlo anche fuori, rendendo comprensibile il proprio lavoro a una platea più ampia possibile. Per un giornalista scientifico, invece, saper divulgare non è un opzione, ma un obbligo etico e morale. A chi, tra scienziati e giornalisti, c’è riuscito meglio va, ogni anno, il premio letterario Galileo.

Nel 2020 i 5 volumi selezionati sono «Il giro del mondo in sei milioni di anni» (Il Mulino) degli scienziati Guido Barbujani e Andrea Brunelli; «Senza confini. Le straordinarie storie degli animali migratori» (Codice Edizioni) della giornalista Francesca Buoninconti; «La trama della vita. La scienza della longevità e la cura dell’incurabile tra ricerca e false promesse» (Marsilio Editori) dallo scienziato Giulio Cossu; «Il senso perfetto. Mai sottovalutare il naso» (Codice Edizioni) dalla neuroscienziata Anna D’Errico; e, infine, «Cybercrime. Attacchi globali, conseguenze locali» (Hoepli) della giornalista Carola Frediani. A decretare il vincitore sarà una giuria popolare, formata da studenti universitari provenienti da tutta Italia e da quelli di 10 scuole secondarie di secondo grado, in una cerimonia in programma il 18 ottobre a Padova, presso l’Aula Magna dell’Università, nell’ambito del Galileo Festival.

Il 16 ottobre la manifestazione avrà un ospite d’eccezione, Antonio Casilli, docente di sociologia all’Università Telecom Paris, considerato un vero «campione» della divulgazione. Nel suo ultimo libro, «Schiavi del clic» (Feltrinelli), Casilli sfata un luogo comune, quello secondo il quale la tecnologia lascerà gli esseri umani senza lavoro, e poi rivela ai lettori quell’esercito di «invisibili» che lavorano al servizio della tecnologia. Si tratta di un’esplorazione approfondita della rivoluzione in atto.

«La tecnologia ha bisogno di una quantità enorme di lavoro umano – dice Casilli -. Per produrre tecnologia, che siano robot o algoritmi, c’è un gran bisogno di forza lavoro. Il punto – continua – è che il lavoro di cui c’è bisogno non è quello qualificato e ben pagato». Quello che serve nell’era dei robot – sottolinea – sono lavoratori in carne ossa, ma che lavorino come automi. Senza creatività o qualifiche particolari. Pura manovalanza. Facciamo qualche esempio. «Pensiamo agli annotatori di immagini, fondamentali per la guida autonoma: sono loro ad addestrare l’Intelligenza Artificiale a distinguere i semafori, le carreggiate e via dicendo – spiega lo studioso -. Oppure pensiamo agli addestratori degli smart speaker, come ok Google o Alexa: per un centesimo o anche meno aiutano questi sistemi di IA a distinguere le voci e a imparare le parole più comuni».

E ancora. «Ci sono i moderatori dei social. Facebook, ad esempio, paga persone per filtrare contenuti problematici, come le immagini pornografiche». Insomma, si tratta di tanti lavori che di qualificante non hanno davvero nulla. «Queste piattaforme, in realtà, invisibilizzano le persone e – sottolinea Casilli – le alienano».

Con la pandemia parte di questo lavoro sommerso è venuto alla luce. «Il Covid-19, oltre a essere un’emergenza sanitaria, è stato uno shock economico. Ma per alcune piattaforme è stata una vera manna dal cielo ed è iniziato a emergere quanto siano fondamentali gli operai del click – dice Casilli –. Pensiamo al ruolo dei ciclofattorini: diventati essenziali per il funzionamento di alcune piattaforme, in Paesi come Spagna e Argentina per fare qualche esempio, sono stati protagonisti di veri e propri scioperi di massa».

«Le stesse piattaforme social hanno dovuto ammettere che i loro microlavoratori, ad esempio i moderatori, sono fondamentali per il buon funzionamento del sistema: pensiamo alle fake news durante il lockdown, che sono esplose anche per carenza di questi operai del click».

La pandemia, per certi versi, è stata quindi un’opportunità anche per fare luce su una serie di soluzioni che possano far uscire i lavoratori umani dall’ombra. Casilli ne propone qualcuna: «Oltre ai classici strumenti sindacali e legali, si può pensare alla creazione di piattaforme cooperative o, come sta si sta sperimentando negli Usa, e in India e Spagna, far negoziare agli enti locali un accordo con le piattaforme per trasformare i dati in un bene collettivo, prevedendo, per esempio, una ridistribuzione dei proventi».

Un importante obiettivo, comunque, è stato già raggiunto: far emergere l’esistenza di un nuovo mercato del lavoro rimasto per troppo tempo invisibile e sconosciuto. Una sensibilizzazione a cui ha contribuito anche Casilli e che rappresenta un esempio emblematico di ciò che il Premio letterario Galileo vuole promuovere: far capire meglio gli intrecci tra scienza e tecnologia e dare a tutti la consapevolezza dei problemi e delle opportunità di una rivoluzione in continua accelerazione.