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Sideri: ma in Italia si naviga ancora troppo lenti

di Andrea Brambillasca | Monitor di VeneziePost, 24 aprile 2016. Quanto corre il mondo e come le app globali cambieranno l’economia? Massimo Sideri, giornalista del Corriere della Sera e direttore del Galileo Festival Innovazione, grande esperto di tecnologia, affronta con noi alcune questioni chiave».

Sideri, a che punto è l’Italia rispetto all’utilizzo delle nuove tecnologie?
«Oggi la velocità a cui viaggiano l’informazione, il lavoro, le opportunità, le esperienze e anche i servizi ad alto valore aggiunto viene senza dubbio misurata dalla velocità di accesso alla Rete, dalla banda ultralarga. E questo numero è tristemente noto per essere basso in Italia rispetto agli altri Paesi. La velocità media con cui viaggia l’italiano connesso è largamente sotto i 10 megabit al secondo. Purtroppo veniamo da un lungo periodo di sottovalutazione di questi temi da parte della politica ma anche da parte dei manager. La classe dirigente ha pensato di potere mantenere inalterata la propria rendita di posizione ritardando lo sviluppo delle infrastrutture. Ora non resta che sperare nel piano del governo per raggiungere gli obietti prefissati dall’Europa e, aggiungo, è triste che debba essere l’Europa a dircelo. Internet non è certo la panacea di tutti i mali. Offre opportunità ma crea anche degli squilibri. Ma dobbiamo renderci conto che non c’è posto nel mondo per i Paesi a forte ritardo sul digitale».

Come le innovazioni globali, per esempio Google, Uber, Airbnb, potranno cambiare i settori economici? E cosa di nuovo lei vede oltre a queste che vengono quotidianamente citate dai media?
«L’economia dell’innovazione di frontiera, penso a Google che in questo settore brucia 3,5 miliardi di dollari l’anno, e quella della condivisione, dunque Uber, Airbnb, Lyft, Car2Go, ma anche una miriade di nuove società che stanno seguendo lo stesso paradigma, potrebbero modificare strutturalmente molte industrie che consideriamo stabili. Pensiamo all’automobile che si guida da sola. Nel 2008 lo stesso padre del progetto, Sebastian Thrun, la considerava fantascienza. Oggi Mercedes, Bmw e General Motors stanno ripensando l’industria automobilistica basandosi su quel progetto. La sharing economy potrebbe avere un impatto anche sulla qualità del prodotto: le automobili oggi sono fatte per restare parcheggiate il 95 per cento del tempo. La condivisione potrebbe portare alla loro riprogettazione. I prodotti potrebbero essere fatti per durare e non per essere cambiati all’inseguimento del consumismo».

Passando ad un altro ambito, che cosa le sembra stia accadendo relativamente allo sviluppo delle biotecnologie?
«La biotecnologie sono la grande speranza italiana. Di recente anche il governo italiano se n’è accorto e ha organizzato una missione a San Francisco per l’evento più importante del settore, la Jp Morgan Healthcare Conference. I frutti sono gia arrivati: molte società italiane come Genenta hanno attirato grande interesse. Abbiamo le eccellenze scientifiche, con il salto imprenditoriale potremmo fare la differenza. Ma non dobbiamo nemmeno fossilizzarci solo sulle biotecnologie. Si dice sempre che in Italia non potrà mai sorgere la nuova Google e in effetti è probabile, più per l’assenza di un ecosistema finanziario solido che per mancanza di intuizioni. In ogni caso esistono interi settori dove possediamo un know how che può essere messo a profitto: penso alla nuova economia del grafene, al design dei prodotti, alla nuova energia, alla robotica».

Cosa ne pensa di quello che scrive Stefano Micelli sull’incrocio tra manifattura tradizionale e 3D?
«Stefano Micelli ha colto in anticipo e con lungimiranza la trasformazione epocale che stiamo vivendo dopo gli anni della bulimia della digitalizzazione: per un decennio sembrava che tutto dovesse scomparire dentro la Rete, l’unico valore era digitalizzare. Oggi la stampante 3d sta riportando il flusso della conoscenza dalla rete al mondo reale. In questo senso la manifattura tradizionale, in particolare quella artigianale, può e deve ritrovare la propria posizione nell’economia».

Si parla sempre di più in senso retorico di innovazione. È d’accordo?
«L’innovazione è un reato verbale. Tutti la citano in pochi l’hanno compresa. Andrebbe vietato per legge il fatto di parlarne senza citare numeri, meccanismi economici, scopi puntuali. L’innovazione senza numeri, investimenti dettagliati, percentuali di ricerca e sviluppo e velocità di navigazione in Rete, è una inutile chimera che ci può allontanare dall’obiettivo della crescita e dell’occupazione. Senza questi elementi sostanziali è puro marketing».